Lettera di un piccolo avvocato a Giovanni FALCONE, Paolo BORSELLINO e Marco BIAGI

Lecce, 3 ottobre 2006

La voglia di scrivere questa lettera è nata il 3 ottobre del 2006 alle ore 22,56 circa, allorché stavo preparando la struttura della guida che avrebbe dovuto trattare il diritto del lavoro.
Ebbene, mi sono trovato di fronte al nome di Marco Biagi e non sono più riuscito ad andare avanti nello scrivere ciò che volevo. La mia testa si era bloccata, anche se non capivo il perchè. Ma soprattutto, quando leggevo il nome di Marco Biagi, pensavo subito ad altri due Uomini, cioè Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.


Perché il nome di un professore universitario mi rimandava a quello di due magistrati?
Il fatto che fossero tutti e tre morti e, soprattutto, che fossero stati uccisi barbaramente?


No, troppo semplice. Riflettendoci ho capito che tutti e tre avevano una grande passione per il diritto, un grande amore per la giustizia e tutti, comunque, dalle loro barricate volevano che il loro amore divenisse lo strumento per cambiare le cose.

   
         
   

Giovanni Falcone disse:

“che le cose siano così’, non vuol dire che debbano andare così, solo che quando si tratta di rimboccarsi le maniche ed incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare, ed è, allora, che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare.”


Ecco cosa avevano in comune questi uomini: l’idea che fosse possibile cambiare le cose!

Certo, non gratuitamente, ma “solo” al costo di un enorme prezzo.

 
             

Tutti e tre erano uomini semplici, “normali”; non erano adoni, non erano star holliwoodiane, non erano ricchi e, soprattutto, non erano potenti (almeno secondo il nostro criterio di potenza).
Eppure sono stati uomini straordinari, perché hanno fatto ciò che tutti noi (in primo luogo il sottoscritto) solitamente non facciamo: semplicemente avere coraggio.


E’ questo, a mio avviso, ciò che distingue un uomo normale da un uomo straordinario.


Le tre persone di cui sto parlando non erano super eroi, né tantomeno uomini dotati di forze soprannaturali. Sono stati fuori dal comune, perché hanno avuto il coraggio di fare ciò che la maggior parte di noi non vuole più fare. Pagare il prezzo delle proprie scelte.
Allora questi uomini “normali “ hanno deciso di pagare il prezzo più alto, ovvero donare la propria vita per avere il coraggio di esprimere un’idea.

                   
                   
     

Marco Biagi:

un’idea moderna del mercato del lavoro, sicuramente discutibile, sicuramente perfettibile, ma comunque animata dalla volontà di risolvere la crisi occupazionale italiana.

   
                   
             
 

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino:

l’idea di una giustizia garante dei diritti degli oppressi, dei prevaricati, l’idea di una giustizia che, per definizione, non è un’entità fisica ma agisce attraverso l’ armatura di coloro che decidono di indossarla.

             

Tutti e tre questi uomini avevano una cosa in comune, immediatamente percepibile già al primo ascolto di una loro intervista.

Erano uomini semplici, umili.


Perché vi dico tutto questo?


Perché mi sono chiesto come mai anche un bambino sa chi sia una velina. Eppure domani, l’uomo in cui quel bambino si trasformerà non avrà altro che un pallido ricordo della velina.
Sia ben chiaro, non voglio attaccare le veline ed, anzi, voglio rivendicare la piena libertà di queste ultime di fare questo lavoro, se lo desiderano.


Ciò su cui dobbiamo riflettere, invece, è l’enorme attenzione che attribuiamo alle cose superflue e, nel contempo, la noncuranza che nutriamo per uomini che fanno o hanno fatto qualcosa di concreto per le nostre vite, donandoci qualcosa che, purtroppo, oggi non è apprezzabile, perché non è materiale: la libertà.


Mi sono quindi chiesto perché, a distanza di tanti anni dalla loro morte (per Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono passati quasi quindici anni), si continui incessantemente a parlare di uomini morti.


C’è qualcuno che vuole a tutti costi che si parli di loro per distogliere l’attenzione da qualcos’altro, qualche forza misteriosa ed occulta?

Ad agire è quel “quarto potere” che in Italia spesso diviene protagonista assoluto delle vicende della nostra povera patria?


Non credo.

Credo, invece, che tutti noi abbiamo la necessità spasmodica di parlare di uomini straordinari di fronte ad un panorama di mediocrità.


La straordinarietà di questi uomini sta nel fatto che hanno donato la loro vita a tutti noi senza chiedere nulla in cambio.
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, in particolare, sapevano benissimo che sarebbero morti, ed anche a breve. E per questo erano terrorizzati, ma, cionostante all’apparenza sembravano sereni come se nulla potessi scalfirli.


Il motivo di questa apparente serenità?


Il fatto che avessero intorno persone da proteggere e quando si vuole proteggere qualcuno non gli si fa capire il pericolo che sta correndo.


Ma, allora, come fare a non chiedersi da cosa derivasse questa straordinaria forza d’animo?


La loro potenza nasceva dal fatto che avevano deciso liberamente che quel destino era il loro prezzo, l’unico da pagare per non sentirsi sconfitti, l’unico che li facesse sentire liberi di essere quello che volevano essere:armi in mano alla giustizia.


Con arroganza sono convinto di poter affermare che se Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e Marco Biagi avessero potuto scegliere di tornare indietro e di ricominciare tutto da capo, garantendosi l’opportunità di una vita più tranquilla per loro e per le loro famiglie, comunque avrebbero deciso di fare le stesse medesime cose che li hanno portati a morire.
Quindi, la loro forza risiede nel fatto che hanno accettato, non con rassegnazione, ma con fierezza, il prezzo della loro scelta, non chiedendo in cambio nulla perché sono rimasti in silenzio ad aspettare la morte, sapendo che la loro vita si stava spegnendo e, soprattutto, mentre morivano da vivi, sono rimasti in silenzio senza gridare, senza recarci disturbo.


Non sono entrati nelle nostre case prepotentemente per dirci: “Sto morendo per salvare la tua libertà!”.
Non lo hanno fatto. Eppure, ne avrebbero avuto pieno diritto.

Allora, questa mia lettera nasce dalla volontà di chiedere perdono a Giovanni Falcone, a Paolo Borsellino e Marco Biagi.


Perdono, perché li ho lasciati soli quando decidevano di combattere anche per me.
Perdono, perché non sono sceso in piazza a manifestare contro lo Stato che li abbandonava.
Perdono, perché li ho lasciati da soli a combattere contro la mia indifferenza.
Perdono, perché sono costretto a santificarli da morti quando avrei dovuto idolatrarli da vivi.
Perdono, perché non ho impedito che morissero.


Sono anni che vengo tormentato dall’idea che non ho detto loro grazie per avermi dato la dignità di credere nella libertà e, principalmente, nel diritto di credere che le cose si cambiano solo se si vuole veramente cambiarle.
Questa mia lettera di scuse, purtroppo, non li riporterà in vita, questo no.


Ma questa stessa lettera è la manifestazione palese che, trascorsi molti anni da quando Falcone, Borsellino e Biagi ci hanno abbandonato, io non riesco a non pensare a loro, anche se non li ho mai conosciuti personalmente.
Il mio pensiero incessante nasce dal fatto che questi “uomini normali” hanno conquistato qualcosa che tutti noi avvinghiati all’evanescenza non abbiamo le strutture mentali per concepire: l’immortalità.


Loro hanno guadagnato un posto in quel mondo che noi, piccoli uomini vorremmo raggiungere, ma non conquisteremo mai, perché abbiamo rinunciato a voler pagare il prezzo delle nostre scelte e quindi abbiamo abdicato a quel regno in cui l’unica regina è la libertà.
In questo modo abbiamo rinunciato all’unico scalino verso l’eterno, su cui questi tre uomini hanno deciso di arrampicarsi.
Ancora grazie a loro allora perché se oggi tento di capire l’uomo che voglio diventare lo devo soltanto al fatto che vi sono uomini come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Marco Biagi che mi chiedono continuamente di interrogarmi su quale sia il mio sogno, su quale sia il prezzo che voglio pagare
Un’ultima volta, infine, chiedo a loro, che ci guardano dal regno dei giusti, di perdonare tutti noi, la nostra mancanza di sogni perché, purtroppo, noi siamo solo piccoli uomini.