Tutti
e tre questi uomini avevano una cosa in comune, immediatamente percepibile
già al primo ascolto di una loro intervista.
Erano uomini semplici, umili.
Perché vi dico tutto questo?
Perché mi sono chiesto come mai anche un bambino sa chi sia una
velina. Eppure domani, l’uomo in cui quel bambino si trasformerà
non avrà altro che un pallido ricordo della velina.
Sia ben chiaro, non voglio attaccare le veline ed, anzi, voglio rivendicare
la piena libertà di queste ultime di fare questo lavoro, se lo
desiderano.
Ciò su cui dobbiamo riflettere, invece, è l’enorme
attenzione che attribuiamo alle cose superflue e, nel contempo, la noncuranza
che nutriamo per uomini che fanno o hanno fatto qualcosa di concreto
per le nostre vite, donandoci qualcosa che, purtroppo,
oggi non è apprezzabile, perché non è materiale:
la libertà.
Mi sono quindi chiesto perché, a distanza di tanti anni dalla
loro morte (per Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono passati quasi
quindici anni), si continui incessantemente a parlare di uomini morti.
C’è qualcuno che vuole a tutti costi che si parli di loro
per distogliere l’attenzione da qualcos’altro, qualche forza
misteriosa ed occulta?
Ad agire è quel “quarto potere” che in Italia spesso
diviene protagonista assoluto delle vicende della nostra povera patria?
Non credo.
Credo,
invece, che tutti noi abbiamo la necessità spasmodica di parlare
di uomini straordinari di fronte ad un panorama di mediocrità.
La straordinarietà di questi uomini sta nel fatto che hanno donato
la loro vita a tutti noi senza chiedere nulla in cambio.
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, in particolare, sapevano benissimo
che sarebbero morti, ed anche a breve. E per questo erano terrorizzati,
ma, cionostante all’apparenza sembravano sereni come se nulla
potessi scalfirli.
Il motivo di questa apparente serenità?
Il fatto che avessero intorno persone da proteggere e quando si vuole
proteggere qualcuno non gli si fa capire il pericolo che sta correndo.
Ma, allora, come fare a non chiedersi da cosa derivasse questa straordinaria
forza d’animo?
La loro potenza nasceva dal fatto che avevano deciso liberamente che
quel destino era il loro prezzo, l’unico da pagare per non sentirsi
sconfitti, l’unico che li facesse sentire liberi di essere quello
che volevano essere:armi in mano alla giustizia.
Con arroganza sono convinto di poter affermare che se Paolo Borsellino,
Giovanni Falcone e Marco Biagi avessero potuto scegliere di tornare
indietro e di ricominciare tutto da capo, garantendosi l’opportunità
di una vita più tranquilla per loro e per le loro famiglie, comunque
avrebbero deciso di fare le stesse medesime cose che li hanno portati
a morire.
Quindi, la loro forza risiede nel fatto che hanno accettato, non con
rassegnazione, ma con fierezza, il prezzo della loro scelta, non chiedendo
in cambio nulla perché sono rimasti in silenzio ad aspettare
la morte, sapendo che la loro vita si stava spegnendo e, soprattutto,
mentre morivano da vivi, sono rimasti in silenzio senza gridare, senza
recarci disturbo.
Non sono entrati nelle nostre case prepotentemente per dirci: “Sto
morendo per salvare la tua libertà!”.
Non lo hanno fatto. Eppure, ne avrebbero avuto pieno diritto.
Allora,
questa mia lettera nasce dalla volontà di chiedere perdono a
Giovanni Falcone, a Paolo Borsellino e Marco Biagi.
Perdono, perché li ho lasciati soli quando decidevano
di combattere anche per me.
Perdono, perché non sono sceso in piazza a manifestare contro
lo Stato che li abbandonava.
Perdono, perché li ho lasciati da soli a combattere contro la
mia indifferenza.
Perdono, perché sono costretto a santificarli da morti quando
avrei dovuto idolatrarli da vivi.
Perdono, perché non ho impedito che morissero.
Sono anni che vengo tormentato dall’idea che non ho detto loro
grazie per avermi dato la dignità di credere nella libertà
e, principalmente, nel diritto di credere che le cose si cambiano
solo se si vuole veramente cambiarle.
Questa mia lettera di scuse, purtroppo, non li riporterà in vita,
questo no.
Ma questa stessa lettera è la manifestazione palese che, trascorsi
molti anni da quando Falcone, Borsellino e Biagi ci hanno abbandonato,
io non riesco a non pensare a loro, anche se non li ho mai conosciuti
personalmente.
Il mio pensiero incessante nasce dal fatto che questi “uomini
normali” hanno conquistato qualcosa che tutti noi avvinghiati
all’evanescenza non abbiamo le strutture mentali per concepire:
l’immortalità.
Loro hanno guadagnato un posto in quel mondo che noi, piccoli
uomini vorremmo raggiungere, ma non conquisteremo mai, perché
abbiamo rinunciato a voler pagare il prezzo delle nostre scelte e quindi
abbiamo abdicato a quel regno in cui l’unica regina è la
libertà.
In questo modo abbiamo rinunciato all’unico scalino verso l’eterno,
su cui questi tre uomini hanno deciso di arrampicarsi.
Ancora grazie a loro allora perché se oggi tento di capire l’uomo
che voglio diventare lo devo soltanto al fatto che vi sono uomini come
Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Marco Biagi che mi chiedono continuamente
di interrogarmi su quale sia il mio sogno, su quale sia il prezzo che
voglio pagare
Un’ultima volta, infine, chiedo a loro, che ci guardano dal regno
dei giusti, di perdonare tutti noi, la nostra mancanza di sogni perché,
purtroppo, noi siamo solo piccoli uomini.