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LE ALTRE PROCEDURE CONCORSUALI


Le procedure concorsuali diverse dal fallimento consentono di evitare le rigide conseguenze connesse all’apertura di quest’ultimo.Come il fallimento, le procedure di seguito descritte sono finalizzate alla liquidazione del patrimonio del debitore in funzione del soddisfacimento delle pretese economiche dei creditori, garantendo così l’esigenza della parità di trattamento di questi ultimi.

Tali procedure sono:


- la liquidazione coatta amministrativa;
- l’amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi.


La riforma della legge fallimentare (D.lgs 09.01.2006 n. 5)
ha soppresso invece l’amministrazione controllata.

LA LIQUIDAZIONE COATTA AMMINISTRATIVA

Per le imprese ritenute di pubblico interesse la legge esclude il fallimento, prevedendo al contempo una procedura analoga che rientra nella competenza delle autorità amministrative che vigilano su di esse. Nonostante il carattere prevalentemente amministrativo della procedura è previsto l’intervento dell’autorità giudiziaria a tutela dei creditori e dei terzi (nella dichiarazione dello stato di insolvenza o nell’accertamento del passivo).


Principio generale, dunque, è che le imprese soggette alla liquidazione coatta sono sottratte al fallimento.

 

Quali imprese sono soggette a questa procedura?


Le banche, le assicurazioni, le società cooperative, i consorzi di cooperative, i consorzi obbligatori, le società di intermediazione mobiliare (sim) le società fiduciarie, le società di revisione, le imprese di investimento.
Vi sono tuttavia, delle imprese per cui la legge, in via eccezionale, ammette, la possibilità anche del fallimento. Per queste imprese vale il principio della prevenzione, in base al quale prevale quella tra le procedure che sia stata richiesta per prima.

Presupposti della liquidazione coatta amministrativa:
1. stato di insolvenza
2. motivi di pubblico interesse che impongono la soppressione dell’ente
3. violazione di norme e atti amministrativi che importino irregolare funzionamento dell’impresa

Organi
1) Commissario liquidatore
2) Autorità amministrativa di vigilanza
3) Comitato di sorveglianza

Procedimento
1) provvedimento di liquidazione emesso dalla autorità amministrativa con decreto
2) accertamento dello stato di insolvenza disposto dal Tribunale con sentenza
3) accertamento del passivo compiuto dal commissario liquidatore
4) liquidazione dell’attivo ad opera del commissario liquidatore
5) divisione del ricavato oppure concordato giudiziale

Effetti
1) non si producono effetti di natura personale
2) all’imprenditore viene, tuttavia, sottratta la gestione dell’impresa e comminata l’inefficacia di qualsiasi atto di disposizione dei beni intervenuto successivamente alla provvedimento di liquidazione.


L’AMMINISTRAZIONE STRAORDINARIA DELLE GRANDE IMPRESE IN CRISI


Questa procedura ha lo scopo di conciliare l’esigenza di soddisfacimento dei creditori con la necessità di recuperare aziende produttive di grandi dimensioni che impiegano numerosi lavoratori, in modo da mantenere stabili i livelli occupazionali. Lo scopo pertanto che questa procedura si prefigge è quella di consentire la prosecuzione dell’attività, la sua riattivazione o la sua riconversione.


Possono accedere le imprese:
- Che abbiano, da almeno un anno un numero di dipendenti pari o superiore a 200 unità
- Che abbiano una esposizione debitoria pari almeno a 2/3 dell’attivo patrimoniale e dei ricavi provenienti dalle vendite o dalle prestazioni dell’ultimo esercizio
- Deve essere accertata da parte del Commissario giudiziale, sentito il Ministro delle Attività Produttive, la sussistenza in concreto della possibilità di recupero economico dell’impresa

Effetti e procedura
Il commissario giudiziale si sostituisce all’imprenditore nella gestione dell’attività imprenditoriale.
All’autorità amministrativa viene demandato il compito di controllare le scelte gestionali dell’attività mentre all’autorità giudiziaria viene richiesto di tutelare i diritti soggettivi dei terzi.
Sulla base di questi presupposti la procedura è articolata in due fasi: la dichiarazione dello stato di insolvenza demandata all’autorità giudiziaria e la successiva ed eventuale apertura della procedura di amministrazione straordinaria vera e propria, subordinata l’accertamento della concreta possibilità di recupero dell’impresa.


La competenza della seconda fase è demandata in parte all’autorità giudiziaria, per quanto riguarda l’apertura e la cessazione della procedura; in parte all’autorità amministrativa (il Ministero delle attività produttive) per quanto attiene la gestione della procedura e alla predisposizione del programma di risanamento.


Procedimento:
1) il tribunale del luogo in cui ha sede l’impresa dispone l’apertura della procedura su ricorso dell’imprenditore, di uno o più creditori, del pubblico ministero oppure d’ufficio
2) se il tribunale accerta che l’impresa non ha i requisiti dimensionali richiesti dalla legge dichiara il fallimento
3) il tribunale nomina gli organi della procedura (commissario giudiziale, giudice delegato), ordina il deposito delle scritture contabili e dei bilanci entro 2 giorni, stabilisce l’udienza per la verifica dello stato passivo
4) il commissario giudiziale redige una relazione in cui dichiara le cause di dissesto dell’azienda
5) il tribunale può dichiarare con decreto l’apertura della procedura oppure, laddove non intraveda possibilità di recupero, dichiara il fallimento

La procedura in questione si attiva attraverso due meccanismi alternativi:
1) un programma di cessione dei beni aziendali con finalità liquidatorie e della durata massima di un anno.
2) un programma di ristrutturazione aziendale con finalità di conservazione e di rinnovazione della durata massima di due anni.

Durante tali periodi la gestione imprenditoriale è sotto il controllo di uno o tre (a seconda della complessità) commissari straordinari nominati dal Ministero che hanno l’amministrazione, oltre a predisporre il programma di attuazione della procedura. Il comitato di sorveglianza, invece, esercita funzioni consultive.

Chiusura della procedura
In caso di esito negativo della procedura, al termine del periodo stabilito, oppure nel corso di esso, se risulta che la prosecuzione dell’attività non può essere utilmente protratta, il Tribunale ne dispone la conversione in fallimento.
In caso di esito positivo, Il Tribunale dichiara la chiusura della procedura.

L’AMMINISTRAZIONE CONTROLLATA

Questa procedura era prevista originariamente dalla legge fallimentare ed oggi è stata soppressa dalla riforma (D.lgs. n. 5 del 2006) a partire dal 16 luglio del 2006.


Essa consentiva al debitore in temporanea difficoltà economica di prevenire lo stato di insolvenza (il quale tecnicamente si definisce come la condizione dell’imprenditore che non è in grado di adempiere ai propri debiti perché non ha le liquidità necessarie) e, quindi, la dichiarazione di fallimento, a condizione che vi fossero comprovate e concrete possibilità di risanare l’impresa.


Questa procedura costituiva, in sostanza, una dilazione che i creditori concedevano al debitore per l’estinzione integrale dei debiti nel tempo massimo di due anni, mentre l’impresa continuava ad essere gestita dal debitore medesimo sotto il controllo di un commissario e la direzione naturalmente del giudice .


Nel frattempo il patrimonio dell’imprenditore non poteva essere aggredito dalle azioni esecutive dei singoli creditori.


Condizioni di ammissibilità:

erano le stesse previste dalla legge per l’ammissione alla procedura di concordato preventivo (vedi apposita rubrica).


Chiusura:

la procedura si chiudeva alla scadenza del termine dei due anni. Poteva anche concludersi in anticipo se il debitore dimostrava di essere in grado di far fronte ai suoi debiti.

Qualora , invece, trascorso il tempo massimo, il debitore non fosse stato in grado di adempiere, vi erano 2 soluzioni:
1) la procedura si poteva convertire in un concordato preventivo
2) la procedura si poteva convertire in fallimento.


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