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LA REVOCATORIA FALLIMENTARE


Definizione
La revocatoria è un particolare strumento che ha la funzione di reintegrare il patrimonio del fallito rendendo inefficaci tutti gli atti compiuti in precedenza dall’imprenditore e che risultino pregiudizievoli per i creditori.

Natura
Questo strumento non costituisce un’azione di nullità, di annullamento o di risoluzione, perché ha solo la funzione di far rientrare nel patrimonio del fallito dei beni usciti in un arco temporale predeterminato dalla legge ed antecedente al fallimento, arco temporale in cui la legge presume che lo stato di dissesto dell’imprenditore già sussistesse; per tale ragione, lo stato di dissesto già in atto, doveva indurre l’imprenditore coscienzioso a non aggravarlo, contraendo nuovi debiti o cedendo beni.

Se, al contrario, l’imprenditore, in tale arco temporale fissato dalla legge (antecedente al fallimento) ha contratto nuovi debiti, o ha ceduto beni (quindi impoverendosi), la legge non può non considerare che con tale condotta costui abbia arrecato pregiudizio ai precedenti creditori (poi divenuti creditori fallimentari), i quali, hanno visto diminuire il patrimonio del debitore (nel caso in cui il fallito abbia ceduto beni), oppure abbia aggravato la situazione patrimoniale con aumento del passivo, (nel caso in cui l’imprenditore abbia contratto nuovi debiti).

La revocatoria, quindi consente di recuperare il bene di cui l’imprenditore si è privato oppure di render inefficace il rapporto con cui costui ha creato un nuovo debito, rendendo possibile l’azione esecutiva dei creditori fallimentari ed il conseguente loro soddisfacimento anche sul bene recuperato (nel caso di cessione di beni) oppure consente ai creditori medesimi di non vedere diminuite le loro garanzie di soddisfacimento, subendo il concorso di un altro creditore su quanto ricavato dalla vendita dei beni fallimentari (nel caso in cui l’imprenditore abbia assunto nuovi debiti)

Riepilogo.
La revocatoria implica l’inopponibilità degli atti compiuti in frode ai creditori prima della dichiarazione di fallimento; essa è diretta non alla tutela del singolo ma di tutta la massa dei creditori e come tale può essere promossa solo dal curatore.
L’atto revocato rimane pur sempre valido tra le parti ma non ha effetto per i creditori del fallito: il bene non viene ritrasferito al fallito, bensì acquisito al fallimento unicamente per garantire la finalità di tale procedura concorsuale che mira principalmente a conservare il patrimonio del fallito in modo che su di esso possano soddisfarsi i creditori fallimentari.

Sono revocati salvo che l’altra parte non provi che non conosceva lo stato di insolvenza:


a) gli atti a titolo oneroso in cui le prestazioni eseguite o le obbligazioni assunte dal fallito sorpassano di oltre ¼ ciò che a lui è stato dato o promesso, a condizione che l’atto sia stato posto in essere nell’anno anteriore alla dichiarazione di fallimento.

b) gli atti di pagamento di debiti pecuniari scaduti quando non effettuati con danaro o altri mezzi normali di pagamento, a condizione che l’atto sia stato posto in essere nell’anno anteriore alla dichiarazione di fallimento.

c) i pegni dati dal fallito e le ipoteche volontarie costituite per debiti preesistenti al fallimento e che non erano scaduti alla data del fallimento medesimo purchè questi atti siano stati posti in essere nell’anno anteriore alla dichiarazione di fallimento.

d) i pegni e le ipoteche giudiziarie o volontarie costituiti per debiti scaduti purchè siano stati posti in essere nei sei mesi anteriori alla dichiarazione di fallimento.

Sono revocati, solo se il curatore provi che l’altra parte conosceva lo stato di insolvenza del debitore:

a) i pagamenti di debiti liquidi ed esigibili.
b) gli atti a titolo oneroso e quelli costitutivi di un diritto di prelazione per debiti, anche di terzi,

Entrambi a condizione che siano stati creati contestualmente alla creazione del debito medesimo e che siano stati posti in essere nei sei mesi anteriori alla dichiarazione di fallimento.


Non sono revocabili:


a) i pagamenti di beni e servizi effettuati nell'esercizio dell'attività d'impresa nei termini d'uso;
b) le rimesse effettuate su un conto corrente bancario, purché non abbiano ridotto in maniera consistente e durevole l'esposizione debitoria del fallito nei confronti della banca;
c) le vendite a giusto prezzo d'immobili ad uso abitativo, destinati a costituire l'abitazione principale dell'acquirente o di suoi parenti e affini entro il terzo grado;
d) gli atti, i pagamenti e le garanzie concesse su beni del debitore purché posti in essere in esecuzione di un piano che appaia idoneo a consentire il risanamento della esposizione debitoria dell'impresa e ad assicurare il riequilibrio della sua situazione finanziaria e la cui ragionevolezza sia attestata ai sensi dell'articolo 2501-bis, quarto comma, del codice civile;
e) gli atti, i pagamenti e le garanzie posti in essere in esecuzione del concordato preventivo, dell'amministrazione controllata, nonché dell'accordo omologato ai sensi dell'accordo di ristrutturazione del debito;
f) i pagamenti dei corrispettivi per prestazioni di lavoro effettuate da dipendenti ed altri collaboratori, anche non subordinati, del fallito;
g) i pagamenti di debiti liquidi ed esigibili eseguiti alla scadenza per ottenere la prestazione di servizi strumentali all'accesso alle procedure concorsuali di amministrazione controllata e di concordato preventivo.

a1) Gli atti compiuti dall’imprenditore fallito in favore dell’altro coniuge, nel tempo in cui il fallito esercitava l’impresa, laddove posti in essere più di due anni prima della dichiarazione di fallimento sono revocati se il coniuge non prova che ignorava lo stato di insolvenza del coniuge fallito.


b1) Gli atti a titolo gratuito ed i pagamenti di crediti non scaduti al momento in cui è intervenuta la dichiarazione di fallimento sono considerati dalla legge privi di effetto rispetto ai creditori a condizione che siano stati compiuti nei due anni anteriori alla dichiarazione di fallimento e come tali non hanno bisogno di una pronunzia giudiziale di revoca.

Prescrizione: le azioni revocatorie non possono essere promosse dopo tre anni dal fallimento e comunque decorsi 5 anni dal compimento dell’atto.


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