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La riabilitazione del fallito

La riabilitazione era un istituto predisposto per la cessazione degli effetti che il fallimento determinava nei confronti del fallito.


Lo scopo, infatti, della riabilitazione era quello di cancellare il nome del fallito dal registro dei falliti e valeva sia ad eliminare le infamie e le incapacità personali che discendevano da quella iscrizione, sia ad estinguere il reato di bancarotta semplice.


La riabilitazione poteva essere concessa dal Tribunale che aveva dichiarato il fallimento, su richiesta dell’ex fallito o dei suoi eredi, qualora fosse presente una sola delle tre seguenti condizioni:
1) che il debitore avesse pagato tutti i creditori fallimentari
2) che avesse adempiuto gli obblighi assunti con il concordato fallimentare, se ammesso.
3) che avesse dato prove effettive e costanti di buona condotta per almeno 5 anni dopo la chiusura del fallimento.


La riabilitazione non poteva essere concessa qualora l’ex fallito fosse stato condannato per bancarotta fraudolenta o per un altro delitto contro il patrimonio, la fede pubblica, la pubblica economia ed il commercio.

L’istituto è stato soppresso dal D.lgs. n. 5 del 2006 in concomitanza con l’abrogazione del pubblico registro dei falliti.

Poiché l’istituto della riabilitazione è stato abrogato dal decreto legislativo n. 5/06 unitamente al pubblico registro dei falliti ne deriva che le incapacità personali derivanti dalla dichiarazione di fallimento vengono meno non più, come un tempo, a seguito della cancellazione dell’iscrizione per effetto della sentenza di riabilitazione ma al momento della chiusura del fallimento e, pertanto, mentre non può più pronunciarsi la riabilitazione, deve ordinarsi la cancellazione del nominativo dell’istante dal pubblico registro dei falliti nonché la cessazione di ogni incapacità civile derivante dalla dichiarazione di fallimento.

In questo senso si sono espresse due recenti sentenze:

1) Tribunale di Mantova 8 febbraio 2007 – Pres. Scaglioni, Rel. Mauro Bernardi
2) Tribunale di Alba, decreto 15 dicembre 2006 – Pres. Rel. F.Pasi

Le due sentenze hanno affermato il seguente principio di diritto: per effetto della abrogazione dell’istituto della riabilitazione da parte del d. lgs. n. 5/2006, che ha altresì eliminato il pubblico registro dei falliti, qualora venga proposto ricorso per riabilitazione, dovrà in ogni caso ordinarsi la cancellazione del nominativo del ricorrente dal pubblico registro dei falliti ed ordinarsi la cessazione di ogni incapacità civile derivante dalla dichiarazione di fallimento.

Conclusioni
Dal fatto che sia stato abolito l’istituto della riabilitazione si deve necessariamente concludere che il legislatore ha presupposto od ha ritenuto implicito che l’abolizione del registro dei falliti comporta il venir meno di qualsivoglia incapacità a carico del fallito. Ogni diversa interpretazione comporterebbe che la dichiarazione di fallimento potrebbe comportare delle incapacità a vita, e quindi ad un risultato incostituzionale e senz’altro in assurdo contrasto con lo spirito della riforma la quale prevede come unica incapacità permanente, per chi è stato dichiarato fallito, quella di essere curatore di fallimenti.

In conclusione quindi dalla dichiarazione di fallimento non deriva più alcuna incapacità per il fallito il quale può continuare, ad esempio, ad essere amministratore di altre società, può costituire nuove società (salvo ovviamente dimostrare la provenienza dei capitali), ecc. ecc.
Gli ordini professionali potranno valutare la condotta che ha portato al fallimento solo sotto il profilo disciplinare.
Il legislatore si è dimenticato anche della iscrizione della sentenza di fallimento nel Casellario Penale e quindi non ha stabilito come procedere alla cancellazione della iscrizione, visto che non esiste più la riabilitazione.

Se si parte dal principio, già affermato, per cui la iscrizione non può essere a vita, si deve concludere che tutte le iscrizioni del passato dovranno essere eliminate di ufficio (o, in caso di inerzia dei responsabili, su ordine del giudice) e che per le sentenze pronunziate dopo il 17 luglio 2006 non si deve procedere ad alcuna iscrizione al casellario.

Unica fonte di notizia al pubblico del fallimento rimane quindi il Registro delle Imprese.


il fallito può svolgere attività di impresa?

In teoria nella legge non si rinviene alcun espresso impedimento al fatto che il fallito continui al svolgere attività imprenditoriale, fatto salvo il principio che egli non può amministrare e disporre dei suoi beni dalla data del fallimento e fino alla chiusura del fallimento.

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